Febbraio a Tutto Colore: Due Mostre da Non Perdere Questo Mese

Febbraio a Tutto Colore: Due Mostre da Non Perdere Questo Mese

Il “calendario artistico” della città ha qualcosa ci dice una cosa ben precisa: febbraio non è certo il momento di andare in letargo. Mentre il resto del mondo aspetta la primavera, il mondo delle gallerie newyorkesi brilla di luce propria, e due mostre in particolare meritano un posto nell’agenda di ogni appassionato d’arte prima che il mese scivoli via. Una è un congedo da un processo fotografico insostituibile; l’altra è un confronto diretto con lo spazio grezzo e monumentale. Entrambe, ciascuna a suo modo, sono indimenticabili.

The Last Dyes | William Eggleston da David Zwirner, 533 West 19th Street Fino al 7 marzo 2026

Ci sono mostre che sembrano aperture, e poi ci sono mostre che sembrano chiusure, il tipo di eventi che portano con sé la silenziosa gravità di qualcosa che finisce per sempre. The Last Dyes di William Eggleston da David Zwirner appartiene senza dubbio alla seconda categoria, e tanto più potentemente proprio per questo.

Eggleston, oggi 86enne residente a Memphis, nel Tennessee, è stato il pioniere dell’uso della stampa dye-transfer nella fotografia d’arte negli anni Settanta. Il processo stesso è meticoloso e profondamente analogico: un’immagine originale su pellicola Kodachrome viene divisa in tre negativi di separazione, ciascuno immerso in vasche di inchiostro ciano, magenta e giallo, poi pressati uno ad uno su una carta di fibra speciale, a mano. Il risultato è una ricchezza cromatica che nessuna riproduzione digitale riesce davvero a eguagliare. Quando la Kodak smise di produrre i materiali necessari nei primi anni Novanta, Eggleston cominciò silenziosamente ad accumulare quel che restava. Decenni dopo, lavorando a fianco dei maestri stampatori Guy Stricherz e Irene Malli, ha finalmente utilizzato le ultime riserve di quei materiali per produrre questo corpo di lavoro conclusivo. Quando la mostra chiuderà, il processo chiuderà con essa. Non ce ne saranno altri.

Ciò che pende alle pareti della West 19th Street sono immagini tratte dalle celebrate serie Outlands e Chromes di Eggleston, insieme ad alcune fotografie viste per la prima volta nella sua storica mostra del 1976 al Museum of Modern Art, che cambiò per sempre il corso della fotografia come forma d’arte. Sono immagini del Sud degli Stati Uniti scattate tra il 1969 e il 1974: cieli sconfinati striati di cirri sopra strutture fatiscenti ai bordi delle strade, automobili e insegne rese come densi blocchi di colore saturo, sconosciuti trasformati in silenziosi emblemi di un tempo e di un luogo che non esiste più. Negli interni, il contrasto tra ombra e luce raggiunge qualcosa di quasi barocco, neri profondi e palpabili contro una luminosità isolata che attira lo sguardo come un riflettore.

Un autoritratto in particolare vale da solo il viaggio: Eggleston disteso in una stanza buia, la testa su un cuscino bianco, il viso e la mano enorme in primo piano vicino all’obiettivo. È scultoreo, quasi sacro, un’immagine che appartiene a un posto a metà tra Caravaggio e un motel di provincia. Ed è anche, come tutto ciò che si trova qui, stampato con un processo che non verrà mai più utilizzato.

Negative Sculpture | Michael Heizer da Gagosian, 522 West 21st Street Dal 10 febbraio al 28 marzo 2026

Qualche isolato più a sud e a ovest, un incontro di tutt’altro genere vi aspetta. Michael Heizer ha trascorso più di cinque decenni a porre una domanda unica e instancabile: e se la scultura non fosse la cosa in sé, ma lo spazio che la cosa lascia dietro di sé? Negative Sculpture nello spazio Gagosian sulla West 21st Street è la sua risposta più recente, ed è genuinamente mozzafiato.

Il fulcro della mostra è una coppia di nuove opere, Convoluted Line A e Convoluted Line B, entrambe completate nel 2024. Ciascuna è un rivestimento terrestre in acciaio sinuoso incassato in un pavimento di calcestruzzo rialzato, che si curva attraverso la galleria con la delicatezza di una linea tracciata a matita, ma a una scala che fa sentire il corpo piccolo. Insieme, si estendono per quasi 27 metri di lunghezza. La stanza diventa l’opera d’arte. Camminandoci attraverso, non si guarda la scultura quanto si abita dentro di essa.

Heizer è l’artista che nel 1969 rimosse 240.000 tonnellate di arenaria dal deserto del Nevada per creare Double Negative, un’opera così grande da poter essere vista adeguatamente solo dall’alto. Ha trascorso decenni a costruire City, un complesso di imponenti sculture terrestri nel deserto del Nevada, ora finalmente aperto al pubblico, un progetto che si ispira alle tradizioni dei tumuli dei nativi americani e alle città cerimoniali precolombiane dell’America centrale e meridionale. Negative Sculpture porta la stessa preoccupazione filosofica al chiuso, senza perdere nulla della sua forza.

C’è qualcosa di quasi meditativo nello stare nella stessa stanza con queste opere. L’assenza che definiscono sembra più pesante della presenza. Sono esposti anche disegni preparatori relativi alle sculture, che offrono una rara finestra su come un artista di questa statura cominci a elaborare la forma sulla carta prima di affidarla all’acciaio e al calcestruzzo.

Heizer disse una volta che se si vuole fare una scultura, tanto vale farne una in grado di competere con il Golden Gate Bridge. Queste due opere sono pezzi da interno, misurati in metri piuttosto che in chilometri. Eppure competono con tutto.

Due mostre, due mondi molto diversi, entrambe a Chelsea. Non c’è motivo migliore per allacciarsi le scarpe e dirigersi verso ovest questo febbraio.